• 27 Luglio 2026

Il rischio più grande è perdere la Strada comune.

Il rischio più grande è perdere la Strada comune.

Il rischio più grande è perdere la Strada comune. 960 640 Pane e Rose - cooperativa sociale

Sono tornata un po’ indietro nel tempo ieri. Mi sono sentita parte di quel gruppo di “giovani” che “si rodavano”, “consumavano alcol”, “caricavano” nei circolini…per poi perdersi in discoteca, nei club e in quei contesti di socialità dove serve lasciarsi andare, non mostrare timidezze, immergersi nella musica, nelle danze sfrenate, dove c’è bisogno di non sentire cosa non va e quel dolore che in gioventù abbiamo provato in tanti.

Cos’era? Cos’è? Smarrimento? Disorientamento? Sfiducia? Mancanza di amore e di familiarità? Di essere visti? Ascoltati? Appunto, non trovare la propria strada?

Mi sono sentita parte di quella generazione che osserva altri avventori nei bar, quelli che appartengono ad altre generazioni, quelli che frequentano i circoli per abitudine, perché sono soli, perché non ci sono altri spazi dove perdere il proprio tempo o come si dice “ammazzarlo”.

Mi sono sentita come quelle ragazze osservate da sguardi indiscreti, oggetto di battute inopportune e ingiuste, talvolta accolte da parole amiche in un momento di crisi, cullate e incuriosite da storie sul mondo e sulla città di Prato.

La città è il primo spazio in comune.

Mi sono sentita “diversa” in mezzo a chi vedeva il mondo con corpi segnati dal tempo.

La storia che è stata messa in scena ieri racconta l’incontro di mondi culturali perché ogni generazione porta con sé “modi di stare al mondo”, idee sul mondo e su cosa non va del mondo e come poterlo migliorare; mondi che racchiudono emozioni sociali diffuse, vissute dagli abitanti e dai gruppi che condividono differenti modi di vivere la città.

Stare insieme, “fare gruppo”, ritrovarSi, ripetere abitudini è anche un modo per sentire meno, insieme, ciò che non va?

Ce lo ricordano gli anziani quanto sia importante preservare spazi “corpo a corpo”, luoghi vitali, dove si Ascolta e ci si risponde “occhi negli occhi”. Dove si costruiscono spazi di parola più sani perché ci si può – in sincronia – parlare e commentare; perché ogni opinione scritta può suscitare reazioni diverse, perchè sono diversi i nostri atteggiamenti se qualcosa viene detto a voce in uno stesso spazio. Non possiamo cedere a questa possibilità trasformativa, profondamente umana e non “artificiale”, del dialogo corpo a corpo!

La storia raccontata nella prima dello spettacolo Tutte le strade portano a Prato parla di questo incontro. All’inizio diffidente, timido, irrispettoso, denigrante, difensivo…dove ogni personaggio si difende, giudica, cerca di commentare l’Altro. Poi…come per magia, in questo scontro/incontro si inizia a conoscersi, a Ri-conoscersi ed a sentire altri movimenti nella pancia.

Quando succede che si crea uno spazio di dialogo buono ed empatico? Riconosci l’esatto momento che crea un “senso di possibilità” con quel “mondo così diverso e Altro” da te? Quando Senti che ci puoi iniziare a parlare, ma parlare davvero e non per motivi di circostanza disinteressata?

Il rischio, come dicono gli avventori più saggi dello spettacolo, fra le righe delle battute ironiche, è perdere la strada con una traiettoria comune, disconnettendoci dal mondo e comunicando solo attraverso testi, schermi, chat, storie dei socialnetwork.

Stiamo dando spazio all’odio prima di darlo al sentimento di sentirsi “sulla stessa barca” (chi meglio e chi peggio)?Stiamo provando a capire chi abbiamo davanti? Chi abbiamo davanti oltre il pregiudizio?

Questo spettacolo ci regala uno spaccato di possibilità di poter costruire una direzione giusta.

Il rischio che avverto sempre più è il non Sentirci voce, contatto fisico, “corpo collettivo”.

Entrambi i mondi culturali, quello delle generazioni giovani e quello dei più adulti e anziani, custodiscono “saperi” utili da mettere insieme, per decidere come lo si vuole guardare questo mondo, per migliorarlo.

L’impresa di ieri era difficile. Perché si tratta di un processo dentro un contesto che non nasce per il teatro. E’ il teatro che cerca di nascere e crescere per portare qualcosa di Buono, lì dentro. Era difficile perché le persone non sono professioniste del teatro, per cui cercare di capire come poterci stare in questo percorso è già un lavoro importante, con Sè e con gli amici e le amiche della scena. Era difficile perché ci sono i limiti tecnici, i limiti: <<al limite delle possibilità e impossibilità>> commentava a conclusione dello spettacolo il regista Stefano Luci.

E’ difficile perché in quello spazio ci si porta le emozioni, ci si mette a volte anche a nudo, ci si vergogna. E’ difficile perché il risultato non lo puoi mai prevedere.

E’ così per chi lo fa di lavoro, figuriamoci per chi cerca di viverlo per quello che può fare e che può dare di sé al gruppo, di cui non si è poi così consapevoli.

E’ difficile tutto. Ma quello che ha un “esperimento di esperienza” così…è il Senso. Il senso profondo di fare teatro in un contesto dove si soffre – e si soffre di più (di chi vive in zone di “agio”, “privilegio”, “confort”), dove non sono spesso delle belle giornate, dove ognuno cerca di vedere il proprio buono dentro ogni giornata.

Gli attori e le attrici, studenti e studentesse del Copernico, hanno frequentato Casa Renato per tre mesi e mi racconta un’operatrice: << […] con grandissima umiltà e con un atteggiamento lodevole, di chi si mette alla pari e si apre a una possibilità di “fare teatro” in un contesto difficile.>>

Sì, perché fare teatro in spazi complessi, significa dare e ricevere anche ciò che le altre persone stanno vivendo e che si fa più fatica a trattenere: disagi, sofferenze, malattie psichiatriche e psicologiche, dipendenze, povertà, frustrazioni, blocchi, emozioni complicate…

Mi sono emozionata, perché solo vedere in scena tanti che vivono nell’ invisibilità e che non sono visti spesso, ogni giorno, dal sociale e dalle persone…è potente. Ed è stato un atto condiviso e collettivo – di comunità – “creare uno spazio di visibilità” che altrimenti non ci sarebbe.

Le città non sono costruite per avere “spazi di creatività” per le “persone invisibili” e che vivono momenti difficili nelle proprie vite, a tutte le età. I racconti dei media e i discorsi del senso comune, sono spesso squalificanti e non riconoscenti verso loro. Stanno sulle “ombre”, invece di vedere la “luce” anche in chi è ha subito ed è vittima di sovraesposizione della propria “ombra”.

Il teatro – come ha commentato il regista Stefano Luci in conclusione: << […] è uno spazio dove si può essere tutto e siamo alla pari. >>. L’arte ha questa grande potenza: genera spazi di espressione ed espressività “alla pari”. L’Arte genera benessere.

In questo processo di cercare, con fatica, tutti insieme, di manifestare l’ “invisibile”, si è raccontata una storia che parla a tutt@, dove diversità e incomunicabilità possono permettersi un processo di scoperta per Ri-sentirsi parte di una stessa comunità che percorre valori comuni.

Quanto le generazioni più grandi possono dare alle generazioni giovani? E come? Quanto le generazioni giovani possono aiutare i più grandi a guardare il Nuovo Mondo che è sempre più veloce?

La storia raccontata attraversa tante immagini attraverso “storie della cultura religiosa”, “storie della letteratura storica”, “storie della città di Prato” – spazio dove tutti abitiamo e che rappresenta la più grande opportunità di incontro.

Gli slogan tristi su chi ha più diritti o bisogni nello spazio cittadino – abitato da tutti – non aiutano invece alla necessità, urgente, di “scattare una fotografia” sull’Adesso, su chi siamo ora, sulla realtà contemporanea, senza pensare a chi è arrivato prima e dopo, o cosa è stato fatto dalle generazioni prima. Non servono questi discorsi di paura e difesa sociale.

Serve intanto capire chi abita la città al “centro”, “ai margini”, “alle periferie”, adesso, e provare collettivamente a sviluppare uno sguardo di Cura e Ascolto verso ogni gruppo che si sente – come nel nostro spettacolo – “simile e familiare”.

La storia finale tocca anche il tema dei valori e di quanto, lo dice sul finale S. in scena, dovremmo ritornare al contatto con la natura, con l’osservare il cielo, le stelle, i ritmi della natura, quanto dovremmo “sentire unione” con ogni essere animale.

Perfino alle nostre nutrie di Prato, dice S., siamo connessi!

I simboli e gli scorci raccontati della città sono tanti, attraverso le voci degli attori: palazzi storici, angoli rappresentativi di Prato, immaginari, aneddoti, volti e anche zone che sono spazi “liminali” di marginalità, dove le persone si rifugiano, quelle che non hanno accesso agli spazi della città dove è necessario un potere di acquisto.

Bravi tutti, attrici, attori, regia e la squadra invisibile di chi lavora a Casa Renato e che è la forza trainante per permettere un processo creativo e l’esistenza di un’attività artistica.

Grazie anche a chi ha concesso la sala teatro della Chiesa della Sacra Famiglia.

Grazie a chi ha avuto la curiosità di partecipare al risultato: c’erano esponenti dei Servizi della Salute Pubblica dell’ASL di Prato, esponenti dei Servizi Sociali del territorio e della politica.

Come ha detto S. nei saluti:

<< Grazie che ci siete! Ma, mi raccomando, tornateci a trovare!>>

[Articolo a cura di Alice Lou Tanzarella / Foto: Fabrizio Tempesti, Francesco Falciani]

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